L’obiettivo
prossimo più importante di questa nuova nazionale sono gli
Europei a Roma?
Si, direi che oltre al fatto di essere un Europeo in casa e perciò
rivestire un’importanza notevole è anche un ottimo
banco di prova per vedere dove sta arrivando l’evoluzione
di questa nazionale. Quest’anno diversi dei giocatori storici
non sono presenti per cui è anche bene vedere come la squadra
riuscirà a trovare al suo interno i nuovi equilibri, le nuove
leadership e come saprà approcciarsi ad un appuntamento così
importante com’è un Europeo che rimane uno dei momenti
più importanti della stagione pallavolistica a livello internazionale.
Tu stesso hai sottolineato l’importanza di Roma che
ti ricorda sicuramente uno degli spettacoli più belli che
la capitale abbia mai offerto alla pallavolo e tu eri lì
protagonista in campo con quello scudetto con la Roma volley. Cosa
hai provato?
Si, direi che forse nella storia recente del volley questo sia stato
l’ultimo importante evento in una grande città italiana.
Credo che quella finale sia un po’ nella memoria di tutti
soprattutto nostra che l’abbiamo giocata dove forse per la
prima volta siamo riusciti a coinvolgere totalmente una grande metropoli
come Roma che ha risposto in maniera davvero eccezionale.
La nazionale di oggi come la vedi, cosa le manca?
Io credo che innanzi tutto non manchi niente perché ha una
quantità di uomini e mezzi notevoli, soprattutto i giocatori.
Alcuni sono già maturi ma non hanno avuto tantissimo spazio,
alcuni sono giovani estremamente interessanti che stanno crescendo
molto velocemente. Questa nazionale deve soprattutto trovare i propri
equilibri e consolidarsi perché ci sono i mezzi e la qualità
per giocare una pallavolo di altissimo livello ed essere ancora
come è successo ultimamente sempre tra i primi al mondo.
Chi è l’erede di Andrea Gardini?
Questo non lo so. Ce ne sono tanti. Sono moltissimi i ragazzi di
grande qualità e soprattutto nel reparto dei centrali. Siamo
passati da Fei che adesso è diventato opposto, a Gigi Mastrangelo
che comunque è sempre stato un centrale di grandissima sostanza
e anche un trascinatore, allo stesso “giovane” Tencati
(che poi più così giovane non è) che si è
permesso il lusso di vincere gli ultimi tre scudetti consecutivi.
Diciamo che sono tanti i giocatori di livello eccelso e vedremo
quali di questi riusciranno poi a diventare tra i migliori al mondo.
Credo ne abbiano i mezzi e lo possano fare.
Che margine di miglioramento ha questa nazionale secondo
Gardini?
Ha sicuramente un buon margine di miglioramento che è dato
ovviamente dal tempo che i ragazzi trascorrono insieme perché
più si resta insieme durante l’estate, più si
lavora, più si affinano gli equilibri e più si migliora
la qualità del gioco. E soprattutto un altro margine di miglioramento
è dato dalla crescita individuale dei giocatori. Questi giocatori
sono già di primissimo livello dal punto di vista delle capacità
tecniche o morali a livello mondiale e spesso quando si raggiunge
questi livelli per fare un ulteriore passo è estremamente
difficile. Occorre molto lavoro, molta abnegazione e la determinazione
e la volontà di questi atleti di essere sempre più
protagonisti.
E’ inevitabile ed è quasi quotidiano il paragone
con l’Italia che fu: la vostra ‘generazione di fenomeni’.
Quanto pesa secondo te, quanto è controproducente questa
cosa per la nuova Italia?
Innanzi tutto sono sempre stato convinto che ogni periodo storico
abbia la sua nazionale di riferimento. Prima di noi c’era
stata la grande nazionale americana, prima ancora quella russa,
poi c’è stata la nostra nazionale italiana per un lungo
periodo col nostro gruppo. Adesso siamo in un momento storico diverso,
in una pallavolo anche in parte diversa e credo che nei ragazzi
non debba e non possa pesare più di tanto questo raffronto.
Loro devono essere protagonisti del loro periodo storico. Hanno
il tempo e i modi per farlo. Per cui non credo richieda particolare
fatica per loro doversi raffrontare a noi perché è
un raffronto che si può fare a livello di dati ma non può
esistere dato che si tratta di periodi troppo diversi.
Quanto mancano i vari Papi, Giani, coloro che hanno lasciato
adesso?
Quando ci sono piccoli cambi generazionali come questo è
chiaro che qualche momento di assestamento, non è sbagliato
dire di difficoltà, c’è sempre, perché
comunque figure così importanti portano oltre che qualità
di gioco, anche qualità di lavoro, di cultura del lavoro,
dello stare insieme, dell’affrontare lunghi periodi di fatica
come sono quelli per una nazionale in estate, importanti. E sono
dei catalizzatori dell’attenzione dei ragazzi ma ci sono periodi
di transizione ed è chiaramente piacevole avere dei riferimenti
così. La nazionale italiana ne ha avuti diversi negli anni,
sono stati degli esempi. Poi qualcuno raccoglie il testimone lasciato
da questi (e ciò avverrà inevitabilmente anche stavolta)
e si farà promotore degli ideali giusti, del giusto modo
di lavorare, del giusto saper stare in gruppo e la squadra ritroverà
nuovamente il suo equilibrio. Questo è l’ordine delle
cose.
Montali lo conosci molto bene. E’ l’uomo giusto
per questa squadra?
Io credo che Gian Paolo sia un grandissimo tecnico. Sicuramente
uno dei più preparati, dei più capaci, che ha affrontato
un periodo della nazionale anche lui in cui ci sono stati diversi
cambiamenti all’interno e credo sia uno degli uomini che ha
le maggiori capacità di trarre il meglio dalle situazioni
difficili, di saperle risolvere. In questo momento è sicuramente
l’uomo adatto al posto giusto e può fare molto bene.
Ha mezzi, carattere, personalità, conoscenze sufficienti
dell’ambiente degli uomini per fare un lavoro di altissimo
livello.
Chi diventerà il leader di quest’Italia?
Questo non lo so. Sono cose che né si possono imporre, né
si possono scegliere. E’ il gruppo, il campo, i momenti che
si verificano nella storia che si costruirà insieme a scegliere
l’uomo che sarà il riferimento per tutti, quello che
gli altri guardano quando sono in difficoltà per cogliere
momenti di rasserenamento o di sicurezza. E’ una scelta che
avviene senza che nessuno la faccia all’interno di un gruppo.
Il gruppo lo sceglie da solo anche inconsciamente.
Cosa ci vorrà per difendere il titolo?
Credo innanzi tutto una grandissima determinazione, perché
oggi giorno si gioca bene in tanti posti del mondo e soprattutto
d’Europa per cui sarà un bell’Europeo con grandi
squadre che giocheranno una grande pallavolo e occorrerà
avere una determinazione feroce. Un Europeo è una manifestazione
mediamente lunga in cui occorre mantenere alta la tensione. Spesso
si può passare dei momenti di difficoltà all’interno
dello stesso evento, è successo a noi, è successo
anche ad altre squadre. Ma se la squadra è compatta e solida
riesce a risolvere il problema e può arrivare a vincere la
manifestazione. Per cui credo che la cosa più importante
è che questa squadra creda nei propri mezzi e abbia l’equilibrio
giusto per affrontare tutto quello che gli si presenterà
in questo Europeo e lo può fare tranquillamente.
Andrea Gardini e l’azzurro: il tuo esordio te lo ricordi?
Andiamo un po’ indietro nel tempo. Dovrebbe essere negli ultimi
mesi di novembre dell’85. Ho esordito con la nazionale italiana
in un’amichevole contro l’Argentina e mi ricordo sicuramente
l’emozione. Da lì in poi si è aperto un periodo
in cui ho sempre vestito la maglia azzurra fino al 2000. Non ho
fatto interruzioni per una mia convinzione che finchè uno
può vestire la maglia azzurra (e viene chiamato ovviamente)
e riesce a farlo da protagonista come sono riuscito a farlo io per
tanti anni, è bene che lo faccia. Poi gli anni passano per
tutti, passa anche il momento di girare per il mondo e giocare per
le nazionali, ci si dedica un po’ di più al club e
poi finisce anche quello e si passa al lavoro. E’ un normale
sviluppo. Il mio rapporto con la maglia azzurra è stato un
rapporto incredibile, credo di aver tratto moltissimo, credo di
aver dato anche qualcosa. E’ stata un’esperienza affascinante
in tutti i sensi perché ne ho vissuto i momenti difficili
del pre-era di quella nazionale famosa di cui parlavamo dove si
è vinto tanto per tanti anni e dove la nazionale italiana
era maltrattata in giro per il mondo perché avevamo sempre
pessimi risultati, ai periodi del grande volley che hanno portato
gran parte degli italiani ad amare quella nazionale. Per cui ho
vissuto un po’ tutte le esperienze: le grandi vittorie e le
grandi delusioni. E’ andato tutto bene così, non rinnego
niente, non vorrei niente di più. Ho dei ricordi bellissimi
di tutto, sia delle grandi vittorie che delle grandi delusioni che
comunque qualcosa mi hanno lasciato.
Se ti chiedessero la gioia più bella ti metterebbero
in difficoltà perché stiamo parlando di una nazionale
che si è tolta soddisfazioni veramente per anni, sbaglio?
Sono state tutte gioie bellissime dal secondo mondiale,
la prima volta che ho sollevato la coppa, come capitano tra l’altro.
E’ stato un grande entusiasmo perché vestire quella
maglia e sollevare la coppa dei campioni del mondo e farlo come
capitano ha un pizzico di emozione in più, però è
innegabile che il primo mondiale vinto nel 90 in Brasile ha avuto
un fascino unico, difficilmente ripetibile perché fino a
dodici mesi prima, fino a prima dell’Europeo che vincemmo,
per noi, per la pallavolo, per tutti gli italiani era impensabile
che la nazionale italiana potesse anche solo avvicinarsi ad una
finale mondiale. Era proprio fuori dalla concezione di tutti. Era
il sogno che tutti quanti noi avevamo e in dodici mesi si è
realizzato. Per cui credo che sia veramente la soddisfazione sportivamente
più bella che un atleta possa ottenere.
Quando hai deciso di dire basta e perché?
Non mi sono mai posto obiettivi. Ho giocato fino a che
me la sono sentita, fino a che fisicamente sono stato bene e mi
sono reso conto di poter giocare ad un certo livello perché
ho avuto la fortuna, forse in parte anche la bravura, di poter giocare
sempre in squadre di altissimo livello, anche nel campionato italiano,
che giocavano per vincere e questo è sicuramente un grande
aiuto che ti dà lo stimolo e la forza per ritornare in palestra
tutti i giorni. E poi arriva un certo punto in cui ti rendi conto
che incominci ad avere tanti anni di attività sulle spalle
e se prosegui probabilmente puoi arrecarti qualche problema che
te lo porterai dietro nel tempo perché comunque lo sport
professionistico è molto bello, piacevole ma non è
salutare, non fa bene e questo bisogna esser chiari, a tutti i livelli.
Si presenta il momento di decidere se continuare a cercare altre
squadre magari non di primissimo livello e forse non provare più
quell’entusiasmo, quegli stimoli che mi hanno fatto fare 20
anni di carriera bellissimi oppure la scelta di qualcos’altro.
In quel momento specifico si è presentata “l’occasione”
di uno storico presidente come quello di Modena, Vandelli, che mi
ha chiesto in una ristrutturazione societaria se volevo affiancarmi
a lui per fare il direttore sportivo e in un attimo ho detto: “forse
può essere il momento giusto perché vedo una sfida
nuova, una nuova avventura”. Ho visto in questo una nuova
sfida così ho deciso di smettere di giocare ancora in serie
A in squadre forse non di primissimo livello. Ho sempre accettato
le sfide, le ho sempre prese di petto e ho cercato di battermi per
queste. Questa è una sfida e vediamo dove può arrivare
Gardini come direttore sportivo. Sarà difficile per diversi
motivi: il momento particolare di Modena, io che sono completamente
nuovo del mestiere, però la prendo a braccia aperte. Arriva
un momento in cui la scelta ti si presenta e la prendi. E poi il
tempo dirà se uno farà bene o farà male. E’
chiaro che non potevo giocare ancora 10 anni a pallavolo. Questo
è evidente.
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