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Gli azzurri di ieri e di oggi    
Durante il cammino che porta al fischio d’inizio dei prossimi Campionati Europei di volley,
ci accompagneranno una serie di interviste agli azzurri di ieri e di oggi. Gloriosi ricordi
e nuove emozioni a confronto, per avvicinarsi alla prestigiosa manifestazione
attraverso una strada sempre più azzurra
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Andrea Zorzi
Valerio Vermiglio
Andrea Gardini
Hristo Zlatanov
Claudio Galli
Alberto Cisolla
La terza tappa del nostro viaggio ci porta a conoscere un po’ più da vicino un altro grande protagonista dell’ “Italia dei fenomeni”: il centrale Andrea Gardini. E’ nato a Bagnacavallo (Ra) il 1 ottobre 1965. La sua lunga carriera pallavolistica vanta ben 418 presenze in nazionale. Ha esordito con la maglia azzurra ad Aosta il 18 marzo 1986 in una partita contro l’Argentina e per ironia della sorte ha concluso la sua carriera proprio contro l’Argentina in occasione delle Olimpiadi di Sidney dove l’Italia ha portato a casa una netta vittoria per 3-0 e si è aggiudicata la medaglia di bronzo. Con la nazionale ha vinto ben quattro Campionati Europei e tre mondiali.

L’obiettivo prossimo più importante di questa nuova nazionale sono gli Europei a Roma?
Si, direi che oltre al fatto di essere un Europeo in casa e perciò rivestire un’importanza notevole è anche un ottimo banco di prova per vedere dove sta arrivando l’evoluzione di questa nazionale. Quest’anno diversi dei giocatori storici non sono presenti per cui è anche bene vedere come la squadra riuscirà a trovare al suo interno i nuovi equilibri, le nuove leadership e come saprà approcciarsi ad un appuntamento così importante com’è un Europeo che rimane uno dei momenti più importanti della stagione pallavolistica a livello internazionale.

Tu stesso hai sottolineato l’importanza di Roma che ti ricorda sicuramente uno degli spettacoli più belli che la capitale abbia mai offerto alla pallavolo e tu eri lì protagonista in campo con quello scudetto con la Roma volley. Cosa hai provato?
Si, direi che forse nella storia recente del volley questo sia stato l’ultimo importante evento in una grande città italiana. Credo che quella finale sia un po’ nella memoria di tutti soprattutto nostra che l’abbiamo giocata dove forse per la prima volta siamo riusciti a coinvolgere totalmente una grande metropoli come Roma che ha risposto in maniera davvero eccezionale.

La nazionale di oggi come la vedi, cosa le manca?
Io credo che innanzi tutto non manchi niente perché ha una quantità di uomini e mezzi notevoli, soprattutto i giocatori. Alcuni sono già maturi ma non hanno avuto tantissimo spazio, alcuni sono giovani estremamente interessanti che stanno crescendo molto velocemente. Questa nazionale deve soprattutto trovare i propri equilibri e consolidarsi perché ci sono i mezzi e la qualità per giocare una pallavolo di altissimo livello ed essere ancora come è successo ultimamente sempre tra i primi al mondo.

Chi è l’erede di Andrea Gardini?
Questo non lo so. Ce ne sono tanti. Sono moltissimi i ragazzi di grande qualità e soprattutto nel reparto dei centrali. Siamo passati da Fei che adesso è diventato opposto, a Gigi Mastrangelo che comunque è sempre stato un centrale di grandissima sostanza e anche un trascinatore, allo stesso “giovane” Tencati (che poi più così giovane non è) che si è permesso il lusso di vincere gli ultimi tre scudetti consecutivi. Diciamo che sono tanti i giocatori di livello eccelso e vedremo quali di questi riusciranno poi a diventare tra i migliori al mondo. Credo ne abbiano i mezzi e lo possano fare.

Che margine di miglioramento ha questa nazionale secondo Gardini?
Ha sicuramente un buon margine di miglioramento che è dato ovviamente dal tempo che i ragazzi trascorrono insieme perché più si resta insieme durante l’estate, più si lavora, più si affinano gli equilibri e più si migliora la qualità del gioco. E soprattutto un altro margine di miglioramento è dato dalla crescita individuale dei giocatori. Questi giocatori sono già di primissimo livello dal punto di vista delle capacità tecniche o morali a livello mondiale e spesso quando si raggiunge questi livelli per fare un ulteriore passo è estremamente difficile. Occorre molto lavoro, molta abnegazione e la determinazione e la volontà di questi atleti di essere sempre più protagonisti.

E’ inevitabile ed è quasi quotidiano il paragone con l’Italia che fu: la vostra ‘generazione di fenomeni’. Quanto pesa secondo te, quanto è controproducente questa cosa per la nuova Italia?
Innanzi tutto sono sempre stato convinto che ogni periodo storico abbia la sua nazionale di riferimento. Prima di noi c’era stata la grande nazionale americana, prima ancora quella russa, poi c’è stata la nostra nazionale italiana per un lungo periodo col nostro gruppo. Adesso siamo in un momento storico diverso, in una pallavolo anche in parte diversa e credo che nei ragazzi non debba e non possa pesare più di tanto questo raffronto. Loro devono essere protagonisti del loro periodo storico. Hanno il tempo e i modi per farlo. Per cui non credo richieda particolare fatica per loro doversi raffrontare a noi perché è un raffronto che si può fare a livello di dati ma non può esistere dato che si tratta di periodi troppo diversi.

Quanto mancano i vari Papi, Giani, coloro che hanno lasciato adesso?
Quando ci sono piccoli cambi generazionali come questo è chiaro che qualche momento di assestamento, non è sbagliato dire di difficoltà, c’è sempre, perché comunque figure così importanti portano oltre che qualità di gioco, anche qualità di lavoro, di cultura del lavoro, dello stare insieme, dell’affrontare lunghi periodi di fatica come sono quelli per una nazionale in estate, importanti. E sono dei catalizzatori dell’attenzione dei ragazzi ma ci sono periodi di transizione ed è chiaramente piacevole avere dei riferimenti così. La nazionale italiana ne ha avuti diversi negli anni, sono stati degli esempi. Poi qualcuno raccoglie il testimone lasciato da questi (e ciò avverrà inevitabilmente anche stavolta) e si farà promotore degli ideali giusti, del giusto modo di lavorare, del giusto saper stare in gruppo e la squadra ritroverà nuovamente il suo equilibrio. Questo è l’ordine delle cose.

Montali lo conosci molto bene. E’ l’uomo giusto per questa squadra?
Io credo che Gian Paolo sia un grandissimo tecnico. Sicuramente uno dei più preparati, dei più capaci, che ha affrontato un periodo della nazionale anche lui in cui ci sono stati diversi cambiamenti all’interno e credo sia uno degli uomini che ha le maggiori capacità di trarre il meglio dalle situazioni difficili, di saperle risolvere. In questo momento è sicuramente l’uomo adatto al posto giusto e può fare molto bene. Ha mezzi, carattere, personalità, conoscenze sufficienti dell’ambiente degli uomini per fare un lavoro di altissimo livello.

Chi diventerà il leader di quest’Italia?
Questo non lo so. Sono cose che né si possono imporre, né si possono scegliere. E’ il gruppo, il campo, i momenti che si verificano nella storia che si costruirà insieme a scegliere l’uomo che sarà il riferimento per tutti, quello che gli altri guardano quando sono in difficoltà per cogliere momenti di rasserenamento o di sicurezza. E’ una scelta che avviene senza che nessuno la faccia all’interno di un gruppo. Il gruppo lo sceglie da solo anche inconsciamente.

Cosa ci vorrà per difendere il titolo?
Credo innanzi tutto una grandissima determinazione, perché oggi giorno si gioca bene in tanti posti del mondo e soprattutto d’Europa per cui sarà un bell’Europeo con grandi squadre che giocheranno una grande pallavolo e occorrerà avere una determinazione feroce. Un Europeo è una manifestazione mediamente lunga in cui occorre mantenere alta la tensione. Spesso si può passare dei momenti di difficoltà all’interno dello stesso evento, è successo a noi, è successo anche ad altre squadre. Ma se la squadra è compatta e solida riesce a risolvere il problema e può arrivare a vincere la manifestazione. Per cui credo che la cosa più importante è che questa squadra creda nei propri mezzi e abbia l’equilibrio giusto per affrontare tutto quello che gli si presenterà in questo Europeo e lo può fare tranquillamente.

Andrea Gardini e l’azzurro: il tuo esordio te lo ricordi?
Andiamo un po’ indietro nel tempo. Dovrebbe essere negli ultimi mesi di novembre dell’85. Ho esordito con la nazionale italiana in un’amichevole contro l’Argentina e mi ricordo sicuramente l’emozione. Da lì in poi si è aperto un periodo in cui ho sempre vestito la maglia azzurra fino al 2000. Non ho fatto interruzioni per una mia convinzione che finchè uno può vestire la maglia azzurra (e viene chiamato ovviamente) e riesce a farlo da protagonista come sono riuscito a farlo io per tanti anni, è bene che lo faccia. Poi gli anni passano per tutti, passa anche il momento di girare per il mondo e giocare per le nazionali, ci si dedica un po’ di più al club e poi finisce anche quello e si passa al lavoro. E’ un normale sviluppo. Il mio rapporto con la maglia azzurra è stato un rapporto incredibile, credo di aver tratto moltissimo, credo di aver dato anche qualcosa. E’ stata un’esperienza affascinante in tutti i sensi perché ne ho vissuto i momenti difficili del pre-era di quella nazionale famosa di cui parlavamo dove si è vinto tanto per tanti anni e dove la nazionale italiana era maltrattata in giro per il mondo perché avevamo sempre pessimi risultati, ai periodi del grande volley che hanno portato gran parte degli italiani ad amare quella nazionale. Per cui ho vissuto un po’ tutte le esperienze: le grandi vittorie e le grandi delusioni. E’ andato tutto bene così, non rinnego niente, non vorrei niente di più. Ho dei ricordi bellissimi di tutto, sia delle grandi vittorie che delle grandi delusioni che comunque qualcosa mi hanno lasciato.

Se ti chiedessero la gioia più bella ti metterebbero in difficoltà perché stiamo parlando di una nazionale che si è tolta soddisfazioni veramente per anni, sbaglio?
Sono state tutte gioie bellissime dal secondo mondiale, la prima volta che ho sollevato la coppa, come capitano tra l’altro. E’ stato un grande entusiasmo perché vestire quella maglia e sollevare la coppa dei campioni del mondo e farlo come capitano ha un pizzico di emozione in più, però è innegabile che il primo mondiale vinto nel 90 in Brasile ha avuto un fascino unico, difficilmente ripetibile perché fino a dodici mesi prima, fino a prima dell’Europeo che vincemmo, per noi, per la pallavolo, per tutti gli italiani era impensabile che la nazionale italiana potesse anche solo avvicinarsi ad una finale mondiale. Era proprio fuori dalla concezione di tutti. Era il sogno che tutti quanti noi avevamo e in dodici mesi si è realizzato. Per cui credo che sia veramente la soddisfazione sportivamente più bella che un atleta possa ottenere.

Quando hai deciso di dire basta e perché?
Non mi sono mai posto obiettivi. Ho giocato fino a che me la sono sentita, fino a che fisicamente sono stato bene e mi sono reso conto di poter giocare ad un certo livello perché ho avuto la fortuna, forse in parte anche la bravura, di poter giocare sempre in squadre di altissimo livello, anche nel campionato italiano, che giocavano per vincere e questo è sicuramente un grande aiuto che ti dà lo stimolo e la forza per ritornare in palestra tutti i giorni. E poi arriva un certo punto in cui ti rendi conto che incominci ad avere tanti anni di attività sulle spalle e se prosegui probabilmente puoi arrecarti qualche problema che te lo porterai dietro nel tempo perché comunque lo sport professionistico è molto bello, piacevole ma non è salutare, non fa bene e questo bisogna esser chiari, a tutti i livelli. Si presenta il momento di decidere se continuare a cercare altre squadre magari non di primissimo livello e forse non provare più quell’entusiasmo, quegli stimoli che mi hanno fatto fare 20 anni di carriera bellissimi oppure la scelta di qualcos’altro. In quel momento specifico si è presentata “l’occasione” di uno storico presidente come quello di Modena, Vandelli, che mi ha chiesto in una ristrutturazione societaria se volevo affiancarmi a lui per fare il direttore sportivo e in un attimo ho detto: “forse può essere il momento giusto perché vedo una sfida nuova, una nuova avventura”. Ho visto in questo una nuova sfida così ho deciso di smettere di giocare ancora in serie A in squadre forse non di primissimo livello. Ho sempre accettato le sfide, le ho sempre prese di petto e ho cercato di battermi per queste. Questa è una sfida e vediamo dove può arrivare Gardini come direttore sportivo. Sarà difficile per diversi motivi: il momento particolare di Modena, io che sono completamente nuovo del mestiere, però la prendo a braccia aperte. Arriva un momento in cui la scelta ti si presenta e la prendi. E poi il tempo dirà se uno farà bene o farà male. E’ chiaro che non potevo giocare ancora 10 anni a pallavolo. Questo è evidente.